inferno
Up to Forum "Se son fuori fioriranno"
Le nostre vite sono incessantemente intrecciate alle narrazioni, alle storie che raccontiamo o che ci vengono raccontate, a quelle che sognamo o immaginiamo o vorremmo potere narrare. Le più significative lasciano tracce profonde o vengono rielaborate nella trama della nostra vita, storia che noi raccontiamo a noi stessi in un lungo monologo, episodico, spesso inconsapevole, ma virtualmente ininterrotto. Viviamo immersi nella narrazione riesaminando e soppesando il senso delle nostre azioni passate, anticipando i risultati di quelle progettate per il futuro,e collocandoci nel punto di intersezione di varie vicende non ancora completate. Una storia umana non si esaurisce in una mera successione di fatti, ma in una personale selezione di circostanze significative, connesse in modo non causale da un continuo processo trasformativo durante tutto il proprio ciclo di vita. L'esistere, forse, non è altro che questo, uno sforzo attivo per interpretare l'esperienza quotidiana, per attribuire uno scopo alla propria vita e dare senso a ciò che accade. L'Uomo costruisce e ricostruisce i propri mondi narrandoli a sè e agli altri, mettendo in atto quel processo attraverso cui il "narratore" definisce e ridefinisce, continuamente la propria identità: forse per un bisogno ancestrale di ridefinizione della mia identità, sento forte l'impulso di raccontarmi, di narrare, principalmente a me stessa, quanto si va accavallando nella mia vita, di dare concretezza semantica e verbale a pensieri, stati d'animo e dell'io in modo da acquisire senso, ordine ed equilibrio. Questo il senso del mio scrivere. Assecondare la mia dicotomica personalità giocata sui temi opposti di libertà e appartenenza, eros e phatos, terra e cielo. Sensi di colpa e rivincite. La colpa: che meccanismo perfetto, collaudato nei millenni e rafforzato dai pensieri più alti, capace di creare mostri, persone che arrivano ad avere orrore di se stesse. Vittime. Io accetto liberamente la responsabilità delle mie decisioni. Forse il disagio terribile deriva dall'incapacità dell'uomo di scoprire dentro di sè i germi della propria distruzione. Essere consapevoli della propria complicità con il male è insopportabile. E' più facile categorizzare il mondo in termini di martiri innocenti e di carnefici completamente spietati, e possibilmente rassicurarsi includendosi nella prima categoria, che accettare i propri compromessi col destino e le relative conseguenze.
Non sono vittima perchè ho scelto; e per questo sono complice; nè vittima nè carnefice, ma non per questo innocente. Ma essere totalmente innocenti non è possibile, giacchè nel preciso istante in cui ci si guarda dentro appaiono le proprie debolezze e i propri limiti. La pazzia è la perfetta innocenza. Tanto più è sottile la capacità introspettiva, tanto più si è condannati all'inferno.
Le nostre vite sono incessantemente intrecciate alle narrazioni, alle storie che raccontiamo o che ci vengono raccontate, a quelle che sognamo o immaginiamo o vorremmo potere narrare. Le più significative lasciano tracce profonde o vengono rielaborate nella trama della nostra vita, storia che noi raccontiamo a noi stessi in un lungo monologo, episodico, spesso inconsapevole, ma virtualmente ininterrotto. Viviamo immersi nella narrazione riesaminando e soppesando il senso delle nostre azioni passate, anticipando i risultati di quelle progettate per il futuro,e collocandoci nel punto di intersezione di varie vicende non ancora completate. Una storia umana non si esaurisce in una mera successione di fatti, ma in una personale selezione di circostanze significative, connesse in modo non causale da un continuo processo trasformativo durante tutto il proprio ciclo di vita. L'esistere, forse, non è altro che questo, uno sforzo attivo per interpretare l'esperienza quotidiana, per attribuire uno scopo alla propria vita e dare senso a ciò che accade. L'Uomo costruisce e ricostruisce i propri mondi narrandoli a sè e agli altri, mettendo in atto quel processo attraverso cui il "narratore" definisce e ridefinisce, continuamente la propria identità: forse per un bisogno ancestrale di ridefinizione della mia identità, sento forte l'impulso di raccontarmi, di narrare, principalmente a me stessa, quanto si va accavallando nella mia vita, di dare concretezza semantica e verbale a pensieri, stati d'animo e dell'io in modo da acquisire senso, ordine ed equilibrio. Questo il senso del mio scrivere. Assecondare la mia dicotomica personalità giocata sui temi opposti di libertà e appartenenza, eros e phatos, terra e cielo. Sensi di colpa e rivincite. La colpa: che meccanismo perfetto, collaudato nei millenni e rafforzato dai pensieri più alti, capace di creare mostri, persone che arrivano ad avere orrore di se stesse. Vittime. Io accetto liberamente la responsabilità delle mie decisioni. Forse il disagio terribile deriva dall'incapacità dell'uomo di scoprire dentro di sè i germi della propria distruzione. Essere consapevoli della propria complicità con il male è insopportabile. E' più facile categorizzare il mondo in termini di martiri innocenti e di carnefici completamente spietati, e possibilmente rassicurarsi includendosi nella prima categoria, che accettare i propri compromessi col destino e le relative conseguenze.
Non sono vittima perchè ho scelto; e per questo sono complice; nè vittima nè carnefice, ma non per questo innocente. Ma essere totalmente innocenti non è possibile, giacchè nel preciso istante in cui ci si guarda dentro appaiono le proprie debolezze e i propri limiti. La pazzia è la perfetta innocenza. Tanto più è sottile la capacità introspettiva, tanto più si è condannati all'inferno.
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